L’Italia esporta founder ma non riesce ad attrarne dall’estero: ecco il deficit dei talenti
Nel report Job Creators 2026, l’Italia è seconda solo agli Stati Uniti per numero di founder stranieri (8) nelle 100 scaleup britanniche considerate dal report. È un dato interessante e che fa riflettere, perché significa che il talento imprenditoriale italiano funziona, ma significa anche che quelle startup nate all’estero non nasceranno né cresceranno in Italia, e il valore che creano (posti di lavoro, gettito, indotto, la prossima generazione di business angel) resterà in gran parte all’estero. Il problema non è tanto l’emigrazione in sé, ma che il flusso è a senso unico: esportiamo founder, ma ne importiamo pochissimi. L’immigrazione qualificata è però il meccanismo con cui un Paese rinnova la propria struttura industriale: chi arriva porta competenze, propensione al rischio e reti internazionali. Dunque il dibattito non dovrebbe essere solo sulla questione della “fuga dei cervelli”, ma su come importare talenti, che contribuiscano a rinnovare il tessuto industriale italiano.
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