Chapeau intervista Maria Sebregondi, l’italiana che ha creato l’impero Moleskine

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Da traduttrice a creatrice del taccuino più iconico al mondo: ai microfoni di Chapeau, Maria Sebregondi svela il successo di Moleskine, venduta per 506 milioni di euro.
Maria Sebregondi è la mente brillante dietro uno degli oggetti più diffusi e amati del nostro tempo: il taccuino Moleskine. La sua vocazione l’ha portata a rivoluzionare il mondo della cartoleria e dell’editoria trasformando un’affascinante intuizione letteraria in un’azienda globale che oggi vale mezzo miliardo di euro, dimostrando uno straordinario spirito imprenditoriale unito a una profonda e inclusiva visione culturale. Nell’intervista rilasciata a Chapeau, Maria Sebregondi ha ripercorso le tappe fondamentali della sua incredibile avventura imprenditoriale. Dagli inizi quasi casuali, nati da una folgorazione durante una lettura appassionata, fino alle immense sfide affrontate nei decenni successivi per portare il suo iconico taccuino nero in 114 Paesi. L’incontro è un dialogo intimo che svela i retroscena di un successo planetario, senza nascondere gli ostacoli, i fisiologici passi falsi e la filosofia di vita di una donna che ha saputo intercettare i bisogni dei creativi nell’era digitale.

L’idea alla base di Moleskine nasce a metà degli anni ’90, ispirata dalla lettura del libro “Le vie dei canti” di Bruce Chatwin. In un capitolo, lo scrittore raccontava la sua abitudine di acquistare speciali taccuini in una cartoleria di Parigi, gli stessi utilizzati un tempo da grandi artisti. Chatwin li chiamava “carnet moleskine”, adattando un termine inglese per descrivere la copertina nera simile alla pelle di talpa. Scoprendo che quei taccuini erano ormai introvabili, si accende una lampadina e Maria Sebregondi decide di riportare in vita quell’oggetto leggendario. Passa mesi a perfezionare i dettagli della produzione, dalla sfumatura avorio delle pagine alla curvatura degli angoli.
La strategia di posizionamento di Moleskine non doveva essere venduta in cartoleria ma in libreria, proposta come “un libro ancora da scrivere“. Nel 1996, i primi pezzi furono piazzati in conto vendita alle casse delle librerie Feltrinelli. Il successo fu tale che l’espansione internazionale partì quasi subito, raggiungendo le grandi catene di New York, Londra e Parigi. L’azienda scelse di non promuoversi come marchio del lusso esclusivo, ma come strumento di cultura inclusiva. La crescita, arrivata a 20 milioni di fatturato nei primi nove anni, fu spinta in modo organico anche grazie all’esplosione dei primi social network e dei blog, che trasformarono i clienti in veri e propri ambasciatori spontanei del brand.
Nel 2006, l’azienda affrontò una grande trasformazione quando fu acquisita per 60 milioni da un fondo di private equity. Segrebondi entrò come manager apicale e divenne azionista. Continuò a viaggiare per aprire nuovi mercati (Cina, India, Giappone), fino ad arrivare nel 2013 alla quotazione in Borsa Italiana. Il percorso finanziario non fu privo di ostacoli: inizialmente gli analisti faticarono a comprendere il brand, causando un crollo temporaneo del titolo. Tuttavia, l’azienda riuscì a risollevarsi, e nel 2016 Moleskine fu venduta al gruppo belga D’Ieteren per l’incredibile cifra di 506 milioni di euro, segnando l’uscita definitiva e ampiamente soddisfatta di Maria dalla società.
Non sono mancati gli errori, e uno dei più gravi fu il progetto dei “City Notebook” nel 2007, un tentativo prematuro di unire taccuini fisici e blog prima dell’avvento di Google Maps: “un bagno di sangue”. Eppure, il taccuino ha resistito all’urto del mondo digitale. La scrittura a mano continua ad avere un valore inestimabile: gli studi neuroscientifici dimostrano che scrivere su carta attiva la memoria e l’intelligenza emotiva in modi preclusi alla semplice digitazione, offrendo uno spazio vitale per nutrire la creatività e la distintività della propria grafia contro l’omologazione generale.
La video intervista di Chapeau a Maria Segrebondi

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